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Chi eredita se non c'è testamento, e in che quote

Senza testamento è la legge a dire chi eredita, in un ordine preciso: prima il coniuge e i figli; senza figli, il coniuge, i genitori (o i nonni) e i fratelli; poi gli altri parenti fino al sesto grado e, se manca chiunque, lo Stato. Quanto spetta a ciascuno dipende da chi altro c'è.

L’ordine: chi viene chiamato prima

Quando una persona muore senza testamento, è la legge a decidere al suo posto chi eredita, e lo fa seguendo un ordine (artt. 565, 569, 572 e 586 c.c.). Per primi vengono il coniuge e i figli. Se non ci sono figli, ereditano il coniuge, i genitori (o, se mancano, i nonni) e i fratelli e le sorelle. Poi tocca agli altri parenti, fino al sesto grado, e se non c’è nessuno l’eredità va allo Stato.

La presenza dei figli esclude genitori e fratelli, e la presenza di questi esclude i parenti più lontani.

Stabilito chi eredita, resta da capire quanto spetta a ciascuno. È lì che si sbaglia più spesso, perché la quota di ognuno dipende da chi altro c’è. Cerca qui sotto la famiglia che somiglia alla tua. Più avanti trovi poi due cose che possono riguardare qualunque famiglia: che cosa succede quando un erede non c’è più o rinuncia, e chi conta come coniuge.

Coniuge e figli

Se restano il coniuge e i figli, la quota del coniuge dipende dal numero dei figli (art. 581 c.c.). Con un figlio solo, coniuge e figlio prendono metà ciascuno. Con più figli il coniuge prende un terzo, e i figli si dividono in parti uguali i due terzi che restano: con tre figli, per esempio, ciascuno riceve 2/9.

Quando invece restano solo i figli, si dividono l’eredità in parti uguali (art. 566 c.c.): con due figli, metà ciascuno.

I figli contano tutti allo stesso modo, che siano nati nel matrimonio, fuori dal matrimonio o adottivi (artt. 315 e 567 c.c.).

Senza figli: coniuge, genitori, fratelli

Se c’è il coniuge ma non ci sono figli, non è detto che l’eredità vada tutta al coniuge. Succede quando il coniuge resta da solo, senza genitori, nonni né fratelli: allora l’eredità è tutta sua (art. 583 c.c.). Negli altri casi le quote smettono di essere intuitive.

Il coniuge prende 2/3 quando eredita insieme ai genitori del defunto, ai fratelli e alle sorelle, o a entrambi, e il terzo che resta va a loro (art. 582 c.c.). Con due genitori spetta 1/6 a ciascuno, e lo stesso con due fratelli.

Il caso difficile è quando genitori e fratelli ci sono insieme. Il terzo andrebbe diviso per capi, cioè una parte a testa, ma la legge garantisce ai genitori almeno un quarto dell’intera eredità (art. 582 c.c.). Lo si vede bene in due famiglie:

  • Coniuge, un genitore e tre fratelli. Dividendo per capi il terzo che resta, al genitore andrebbe meno di un quarto dell’intera eredità. La legge gli assicura allora il quarto, e i tre fratelli si dividono in parti uguali quello che avanza del terzo: coniuge 2/3, genitore 1/4, ciascun fratello 1/36.
  • Coniuge, due genitori e un fratello. Dei due è il caso su cui si sbaglia più facilmente: viene spontaneo dividere il terzo in tre parti uguali, ma così i genitori resterebbero sotto il quarto garantito. Al coniuge vanno 2/3, ai genitori 1/4 in tutto (1/8 ciascuno) e al fratello 1/12.

La casa: il diritto di abitazione del coniuge

Per chi resta, accanto alle quote c’è la casa in cui vive. Qui la legge dà al coniuge qualcosa oltre alla quota: il diritto di abitare nella casa che era la residenza familiare e di usare i mobili che la corredano, purché fossero del defunto o comuni (art. 540, secondo comma, c.c.).

Nei conti delle quote questo diritto non compare: si aggiunge alla quota e non la riduce.

Senza coniuge: genitori e fratelli

Quando oltre ai figli manca anche il coniuge, ereditano i genitori (o, se mancano, i nonni) e i fratelli. Se ci sono solo i genitori, si dividono l’eredità in parti uguali (art. 568 c.c.); se ci sono solo i fratelli, la dividono per capi, cioè una parte a testa (art. 570 c.c.).

Quando ci sono gli uni e gli altri si divide ancora per capi, ma anche qui la legge tiene fermo un minimo per i genitori: almeno la metà (art. 571 c.c.). A volte il minimo è già rispettato, altre volte no:

  • Due genitori e due fratelli. Per capi fa un quarto ciascuno. Ai genitori va già la metà, quindi il minimo è rispettato.
  • Un genitore e tre fratelli. Per capi il genitore avrebbe un quarto, ma la legge gli garantisce la metà. Ai tre fratelli resta l’altra metà, cioè 1/6 ciascuno.

Fratelli e fratelli unilaterali

Tra i fratelli, poi, c’è una distinzione da fare, perché non ereditano tutti nella stessa misura. Il fratello unilaterale è quello che ha in comune con il defunto solo il padre o solo la madre, e prende la metà di quanto spetta a ciascun fratello germano, cioè nato dagli stessi genitori (artt. 570 e 571 c.c.). Nei conti la differenza si vede così:

  • Due fratelli e due fratelli unilaterali. A ciascun fratello va 1/3, a ciascun unilaterale 1/6.
  • Coniuge, un fratello e un fratello unilaterale. Al coniuge vanno 2/3, ma il terzo che resta non si divide a metà: al fratello 2/9, all’unilaterale 1/9.

Quando un erede non c’è più, o rinuncia

Può succedere che un figlio, o un fratello, sia morto prima del defunto. In quel caso i suoi figli prendono il suo posto e si dividono la sua quota (artt. 467-469 c.c.). È la cosiddetta rappresentazione.

Prendi una famiglia in cui restano il coniuge, un figlio e due nipoti, figli di un altro figlio già morto. I nipoti non contano uno per uno: prendono insieme la quota che sarebbe spettata al loro genitore. Il conto si fa quindi come se i figli fossero ancora due: al coniuge va 1/3, e i due terzi che restano si dividono in due parti uguali, 1/3 al figlio e 1/3 ai due nipoti insieme, cioè 1/6 ciascuno.

Lo stesso meccanismo può valere quando un figlio o un fratello rinuncia all’eredità: i suoi figli possono subentrare al suo posto (artt. 467-469 c.c.). Se questo avviene, e come, dipende dal caso concreto. Conviene valutarlo prima di decidere se rinunciare.

Chi conta come coniuge, e chi no

Se la coppia era separata, divorziata, unita civilmente o convivente, prima delle quote bisogna capire se chi resta conta come coniuge.

Il coniuge separato conserva i suoi diritti, salvo che la separazione gli sia stata addebitata. Con l’addebito non eredita e ha diritto solo a un assegno vitalizio, se riceveva gli alimenti dal defunto (artt. 548 e 585 c.c.). Se restano il coniuge separato con addebito e due figli, al coniuge non va il terzo visto sopra: l’eredità va per metà a ciascun figlio.

Chi è divorziato non eredita, perché con lo scioglimento del matrimonio smette di essere coniuge (l. 1 dicembre 1970 n. 898). Chi era unito civilmente, al contrario, ha gli stessi diritti del coniuge (l. 20 maggio 2016 n. 76, art. 1, comma 21).

Resta il convivente di fatto, che non eredita. In alcuni casi può però continuare ad abitare nella casa comune per un certo periodo, che dipende anche dalla durata della convivenza (l. 20 maggio 2016 n. 76, art. 1, comma 42).

Da non confondere con la quota riservata

Tutto quello che hai letto vale quando il testamento non c’è. Con un testamento le regole cambiano: la legge riserva una quota minima solo ad alcuni familiari, i legittimari, cioè il coniuge, i figli e, se non ci sono figli, i genitori o i nonni (artt. 536 e 538 c.c.). I fratelli non sono tra questi.

La differenza è concreta. Senza testamento, se restano il coniuge e due fratelli, ai fratelli va un terzo dell’eredità. Con un testamento che lascia tutto al coniuge, gli stessi fratelli possono non ricevere niente.

Per fare il conto

Sul sito c’è uno strumento che calcola le quote caso per caso: «Chi eredita, e in che quote», nella pagina degli strumenti. Per usarlo, e anche per venire in studio, servono queste informazioni:

  • se il defunto era sposato, separato (con o senza addebito), divorziato, unito civilmente o convivente;
  • quanti figli aveva, compresi quelli nati fuori dal matrimonio e quelli adottivi;
  • se uno dei figli è morto prima di lui o intende rinunciare, e se a sua volta ha figli;
  • se i genitori sono in vita;
  • quanti fratelli e sorelle aveva, e quali avevano con lui entrambi i genitori in comune oppure uno solo;
  • se ci sono nonni in vita, nel caso in cui manchino i genitori.

Ci sono però due casi che lo strumento non calcola: quando sono in vita i nonni ma non i genitori, e quando non c’è nessuno di questi parenti. In entrambi le quote vanno ricostruite a mano. Lo strumento, poi, non tiene conto delle rinunce: se qualcuno rinuncia all’eredità, le quote cambiano.

Per quello che viene dopo, puoi leggere i primi mesi dopo un decesso e la successione con immobili.

Se la tua famiglia rientra in un caso che lo strumento non calcola, puoi scrivere allo studio dalla pagina dei contatti.

Domande frequenti

Se non ci sono figli, i fratelli ereditano anche se c'è il coniuge?

Sì. Senza testamento il coniuge prende 2/3 e il terzo che resta va ai fratelli. Se ci sono anche i genitori, il terzo va diviso anche con loro, e ai genitori spetta almeno un quarto dell'intera eredità (art. 582 c.c.).

Il convivente eredita se non c'è testamento?

No, il convivente di fatto non è erede. In alcuni casi può continuare ad abitare nella casa comune per un periodo, che dipende anche dalla durata della convivenza (l. 20 maggio 2016 n. 76, art. 1, comma 42).

Un figlio nato fuori dal matrimonio eredita come gli altri?

Sì. I figli nati fuori dal matrimonio e i figli adottivi hanno gli stessi diritti degli altri figli (artt. 315 e 567 c.c.).

Il coniuge separato eredita?

Sì, se la separazione non gli è stata addebitata. Con l'addebito non eredita e ha diritto solo a un assegno vitalizio, se riceveva gli alimenti dal defunto (artt. 548 e 585 c.c.).

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Aggiornata al 5 ottobre 2026.

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